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=== l'articolo di Luciano Tarantino === L’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi non può essere smarcata semplicemente come rappresentazione di un’innovazione tecnologica una perchè ci troviamo davanti ad una ristrutturazione profonda del rapporto tra capitale, lavoro e valore. L’AI introduce un fattore produttivo atipico perché sostituisce forza fisica e routine cognitive e si colloca nella funzione di produzione come capacità di previsione, coordinamento e decisione automatizzata. Il lavoro umano smette di essere il principale portatore di conoscenza operativa e diventa, sempre più, il soggetto che presidia eccezioni, responsabilità e legittimazione delle scelte. Questa trasformazione altera le metriche tradizionali della produttività. Se l’output cresce grazie a sistemi automatizzati, il legame tra salario, contributo individuale e valore generato si fa opaco. La teoria marginalista, che ancora informa gran parte dei modelli retributivi e delle politiche del lavoro, fatica a spiegare come attribuire valore economico a una prestazione umana che non produce direttamente, ma supervisiona, valida o assume responsabilità giuridica per decisioni prese da una macchina. Emerge, dunque, una tensione strutturale, perchè le categorie giuridiche fondamentali (subordinazione, autonomia, potere direttivo, responsabilità) sono state costruite attorno a un’organizzazione del lavoro in cui il comando era umano e l’esecuzione prevalentemente umana. L’AI introduce, infatti, una forma di eterodirezione algoritmica con il lavoratore che può trovarsi formalmente autonomo, ma sostanzialmente vincolato da sistemi di assegnazione delle mansioni, valutazione della performance e gestione del tempo basati su modelli automatici. In questo contesto, il successo di un sistema produttivo non può essere misurato solo in termini di crescita del valore aggiunto o riduzione dei costi del lavoro. Deve essere letto anche come equilibrio tra efficienza economica e sostenibilità giuridico-sociale. Un’organizzazione che massimizza l’output attraverso l’automazione, ma erode la trasparenza delle decisioni, la capacità di contestazione del lavoratore o la comprensibilità dei criteri valutativi, genera un rischio sistemico che non è solo etico, ma normativo e reputazionale. Ai fini della distribuzione del reddito, l’AI tende, così, a spostare il surplus verso i detentori del capitale tecnologico e dei dati. Un passaggio che riapre un tema classico dell’economia politica in una forma nuova, ossia non più soltanto capitale contro lavoro, ma infrastruttura cognitiva contro forza lavoro. Il diritto del lavoro, storicamente, ha svolto una funzione di riequilibrio di potere contrattuale. Oggi si trova, invece, di fronte alla necessità di estendere questa funzione a contesti in cui il potere non risiede solo nel datore di lavoro, ma nei sistemi che mediano l’accesso al lavoro, la valutazione delle prestazioni e la permanenza nel mercato. E’ una prospettiva in cui il successo dell’AI come fattore produttivo dovrebbe essere misurato anche attraverso indicatori di qualità istituzionale e quindi il grado di trasparenza algoritmica nei processi decisionali che incidono sul rapporto di lavoro, effettività del diritto di spiegazione e di contestazione, capacità dei sistemi di supportare e non sostituire la responsabilità giuridica umana. La tecnologia diventa in tal modo un oggetto di regolazione non solo tecnica, ma costituzionale in senso lato, perché incide sulla distribuzione di potere, sicurezza economica e dignità professionale. L’AI, in definitiva, non ridefinisce solo cosa sia un posto di lavoro, ma cosa significhi partecipare a un sistema produttivo perchè il vero indicatore di successo non è soltanto la crescita del PIL o della produttività totale dei fattori, ma la capacità dell’ordinamento economico e giuridico di integrare l’automazione in un patto sociale rinnovato. Si deve impedire che l’efficienza diventi una scorciatoia per la precarizzazione, e che l’innovazione si traduca in una progressiva sottrazione di diritti, comprensione e potere decisionale a chi, formalmente, resta il soggetto centrale del lavoro. Teniamo ben presente, dunque, che l’AI non è solo una variabile economica da ottimizzare perchè ha tutte le caratteristiche per diventare un banco di prova per la tenuta del diritto del lavoro, se correttamente strutturata può essere architettura di equilibrio tra progresso produttivo e giustizia sociale in un’economia sempre più governata da sistemi cognitivi.
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